domingo, 2 de dezembro de 2012

SCRITTTI DI SAN GIOVANNI BATTISTA PIAMARTA



160 - ATTACCHI INDEGNI E AGGIORNAMENTO

Dal "Diario" di padre Piamarta

Brescia, maggio 1911

In questi giorni ho avuto un carteggio piuttosto vivace con il Vescovo di Cremona, monsignor Geremia Bonomelli, questo “illustre prelato bresciano, illuminato scrittore che sa presentare le verità del cristianesimo ai dotti e agli indotti del nostro tempo e che tuttavia viene tanto attaccato” dagli ultraconservatori che lo accusano ingiustamente di modernismo. Gli avevo segnalato una favorevolissima recensione delle sue due ultime pubblicazioni da parte della Civiltà Cattolica che diceva: “L’Illustre Vescovo di Cremona, con quel dono tutto suo di sviscerare le questioni del giorno e di proporne con singolare splendore d evidenza, calore di facondia ed effusione di affetto, le soluzioni più sicure riducendole ai dettami delle dottrine cattoliche, discorre degli scioperi e della proprietà, da vero maestro, padre e pastore per guisa che la lettura sembra viva, sgorgargli dal cuore, e lascia nell’animo la persuasione e la soddisfazione della verità conosciuta…Le due opere se largamente diffuse in mezzo ai Padroni e agli Operai, basterebbero a far cessare le funeste lotte che li dividono, a spegnere gli odii, a comporre dissidi, a ristabilire la pace sociale con la fratellanza evangelica ”.
Monsignor Bonomelli mi risponde che è lieto della segnalazione, ma teme che le cose non stiano andando verso il meglio:”Se verrete a trovarmi mi farete un favore! E discorreremo di un mondo di cose. L’ora è grigia, i lampi guizzano; brontola il temporale e forse la gragnuola farà una non desiderata visita”. Non so se avrò salute e tempo per fare una visita al caro Vescovo, che con si suoi scritti si rivolge a “anime inquiete, turbate, tormentate dai grandi problemi religiosi”, le avvicina alla fede, ne converte non poche, eppure, come mi scrive nell’ultima lettera, “riceve biasimi e forti anche da Vescovi e pubblici. Ah, caro Piamarta! Quanto male ha fatto e fa certo spirito acre, fiero!”.
Attacchi indegni
Quello che mi rattrista è che ora gli attacchi si dirigono anche contro quel sant’uomo che è l’arcivescovo di Milano, il cardinale Ferrari, accusato anch’esso di modernismo. Quanto siamo lontani dallo spirito del Vangelo con queste accuse, insinuazioni, sospetti, che vengono gettati contro i fratelli nella fede e contro i Pastori. E per di più questi attacchi vengono da persone che si vantano di avere appoggi in alto! Dovrebbero venire qui in mezzo ai miei ragazzi questi sapienti che parlano di cose talmente alte, che perdono il contatto con la realtà. Se invece di dividere le forze, si unissero per servire i più poveri con la vera carità, sia intellettuale, sia operativa, come investirebbero al meglio il loro ingegno. Invece con la loro litigiosità seminano zizzania, con la loro aggressività vedono avversari là dove ci sono dei potenziali alleati per trovare soluzioni costruttive. Monsignor Bonomelli è un nostro benefattore e collabora con la nostra Libreria editrice Queriniana, alla quale ha affidata la stampa e diffusione del suo magistrale libro Il giovane studente. Riguardo alla mia richiesta di rifare una nuova edizione, aggiornata, di quest’ opera “di capitalissima importanza” per la gioventù, egli mi risponde: “Dovrei ringiovanirlo. Ma vi sono due difficoltà: la prima è gravissima, gli 80 anni con i loro regali soliti. La seconda affatto insuperabile. Se lo rifacessi come vorrei e dovrei, sarei un modernista e apriti o cielo! A questi lumi di luna mi tirerei addosso un uragano e qualche cosa di peggio. Le idee camminano, corrono, galoppano, precipitano e cosa sarà tra cinquant’anni? Noi due non ci saremo e basta… E quando farete una corsa a Cremona? C’è un mondo di cose da dire. Scrivetemi e ditemi quando”. La lettera termina con una richiesta di aiuto:”Una povera cieca mi scrive l’unita lettera. A Brescia potreste voi trovare un buco? Povera cieca ! Lo merita”. La maggior parte delle lettere si chiudono chiedendo aiuto. Solo la Provvidenza sa come è possibile venire incontro a tante necessità. Ma “la c’è la Provvidenza”!

sabato 3 novembre 2012

147 - ALCUNI PUNTI FERMI

Dal “Diario” di Padre Piamarta

Giugno 1911

Quando i miei ex alunni, alcuni già padri di famiglia, passano all’Istituto per salutarmi, sentendo quello che mi dicono, resto confuso per le loro testimonianze di affetto e di riconoscimenti, attribuendo alla mia povera persona e all’Istituto la loro buona riuscita nella vita. Passano “per esprimere il debito di incancellabile riconoscenza per i saldi principi,la saggia parola,il suo esempio, la vita esemplare, per i benefici ricevuti, per i mezzi d’imparare un mestiere”.
Ma mi danno anche occasione di riflettere sui punti fermi che mi sono sforzato di trasmettere nell’educazione e che vedo confermati positivamente proprio da chi li ha ricevuti, magari al momento non sempre volentieri, ma poi riconosciuti come validi.
Li annoto, perché forse potranno essere utili e riuscire di incoraggiamento ai miei successori.

1. I miei ragazzi la prima cosa che capivano era il lavoro. Non che fossero tutti fanatici del lavoro, ma è certo che il lavoro ben fatto li gratificava e soprattutto comprendevano che avrebbe permesso loro di farsi una posizione dignitosa nella vita

2. Dal lavoro viene lo studio: anche se qui agli Artigianelli i libri all’inizio non erano molto popolari, tuttavia non è stata un’impresa ardua far comprendere come lo sviluppo tecnico presupponga non solo abilità manuale ma anche un bagaglio sempre più corposo di nozioni teoriche.

3. La fatica e la perseveranza necessaria per ottenere dei buoni risultati, aiutava a mettere in evidenza la necessità di formarsi un carattere forte, che non si lascia demoralizzare dalle piccoli e grandi difficoltà, ma che permette di diventare grandi nelle difficoltà. Quanti ragazzi hanno raggiunto alti traguardi, pur partendo da condizioni sfavorevoli, per il fatto di non lasciarsi piegare dalle condizioni avverse. Un carattere tenace, non lamentoso, che non si lascia abbattere facilmente, che cerca sempre soluzioni alternative, è garanzia di buona riuscita nella vita.

4. Il passo che viene logico è la necessità di formarsi una coscienza che dice che non tutto quello che si desidera è buono, che non tutto quello che è possibile fare, può o deve essere fatto. E’ la formazione all’onestà, a non approfittare della posizione di vantaggio per rovinare l’altro, al tener presenti i bisogni e le difficoltà altrui. Se uno ha più doti di un altro per questo non deve sentirsi superiore e umiliare o affamare l’altro. In un mondo di furbi, l’onestà è assai probabilmente la furbizia più lungimirante.

5. Alla base di tutto ci sta poi la formazione religiosa che illumina e affina la coscienza, la quale, sapendo di dover rendere conto a Dio, agisce guidata da criteri di umanità e di carità, che vanno ben oltre quelli della nuda giustizia. E tendono a promuovere la fraternità che è ciò che rende vivibile e amabile l’umana avventura. Mi piaceva ripetere: “Chi si inginocchia davanti a Dio, può camminare a testa alta in mezzo agli uomini. Il santo timor di Dio, fa perdere la paura degli uomini”.

6. E infine, ho sempre combattuto la mediocrità, assunta come progetto di vita, per convincere che il progetto di Dio su di noi è la santità, la quale passa anche attraverso il desiderio di fare bene ogni cosa, il che rende contenti, fa contenti gli altri, ed è anche rasserenante perché non ci si sente soli nella vita. Il regalo dei miei carissimi ex alunni è proprio quello di confermarmi che li ho aiutati a vivere da uomini e, molti, anche da buoni cristiani.
Penso che sia proprio lo Spirito Santo che ha operato nella mia missione, perché tutto questo ho dovuto inventarlo, cammin facendo, senza alcuna preparazione specifica se non quella del Vangelo.
Ma non è il Vangelo la più possente forza propulsiva della costruzione di un’umanità più umana?

giovedì 1 novembre 2012

141 - DOVE ANDREMO A FINIRE?

Dal “Diario” di Padre Piamarta
Brescia 23 maggio 1911
Ho appena scritta una lettera all’ “arcicarissimo e reverendissimo” Padre Secondo Zanetti, gesuita missionario in India, con il quale sono legato da antica amicizia. A lui, sempre affamato di notizie dalla sua Brescia, ho data una informazione agrodolce sulla situazione religiosa e morale della nostra Brescia.
Forse ho calcato la mano sul tasto nero. Debbo riconoscere che mi trovo sovente circondato da analisi pessimistiche sull’andamento della società, sulla crisi della famiglia, e sulla situazione della gioventù. E i dati pesanti ci sono per sostenerle. Penso al numero elevato di case della vergogna, in crescita nella nostra città. Penso alle famiglie che si sfasciano e ai giovani che si sposano senza condizioni e senza convinzioni necessarie per tenere assieme una famiglia.
Ma con questo solo lamentoso “dove andremo a finire”?, temo si vada a finire male davvero…Bisogna domandarsi subito: “da dove dobbiamo cominciare” per dire efficacemente “dove dobbiamo andare”.
E’ necessario non lasciarsi demoralizzare, ma fare tutto il possibile, fidando nel buon seme e nel cuore generoso dei giovani.
Ed io che sto facendo?
Ed io che cosa sto facendo? E’ la domanda che mi sono sempre fatto: metto sotto accusa gli altri o comincio ad esaminare me stesso? Mi lamento solo o faccio qualche cosa? Qualche cosa mi sembra di avere fatto, nel mio piccolo: ho centoventi ragazzi all’Istituto Artigianelli e una cinquantina a Remedello. Non sono tanti, ma neppure pochi, e mi costano molto, in tutti i sensi… ma che cosa sono di fronte alla grande massa di ragazzi sovente senza guida?
Eppure il Signore non mi domanderà se ho risolto tutti i problemi, ma se ha fatto tutto quello che potevo fare per aiutare quelli che potevo aiutare. La grande massa inoltre è sempre stata cambiata da un minoranza qualificata, capace di guidare e di trascinare gli altri.
Vorrei essere in grado di far sì che tra i miei giovani ce ne siano molti che possano fare parte di questa minoranza, che non si rassegna al male facile, ma si impegni per il bene difficile e costruttivo. Vorrei che fossero un lievito nella massa, un grano di sale nella terra, una scossa nella pigrizia generale. E lo fossero più con il loro comportamento che con le loro dichiarazioni.
Talvolta ho l’impressione che è già un risultato se alcuni di loro si comportano onestamente. Altre volte vorrei che fossero più impegnati.
Ma non mi sembra evangelico fare troppe pressioni per ottenere risultati più alti. Devo seminare, ma anche rispettare la loro libera risposta. Devo soprattutto pregare per loro.

Una preghiera
Oggi, Signore, di fronte all’arduo compito dell’educazione, ti prego per i miei ragazzi.
Io ho fatto per loro quel poco che potevo e Tu fa per loro tutto quello che vedi necessario.
Non abbandonarli a loro stessi o alle forze del male, talvolta tanto seducente.
Fa’ loro comprendere che quello che facciamo per loro è per prepararli alla vita.
Rendili contenti quando fanno il bene, quando sono laboriosi e onesti e quando onorano il nome cristiano. Metti nel loro cuore una sana inquietudine quando fanno cose errate.
E ridona la pace, quando riconoscono d’aver sbagliato e riprendono il giusto cammino.
Manda il tuo angelo perché il loro piede non inciampi ma prosegua sicuro sulla via che porta alla meta, dove Tu ci attendi.

giovedì 18 ottobre 2012

115 - UNA NUOVA FAMIGLIA

Dal “Diario” di Padre Piamarta

Angone, 1 agosto 1910

Eccomi ritornato al mio abituale luogo di riposo estivo ad Angone, nel comune di Darfo Boario Terme nella bassa Valcamonica a 58 km da Brescia. Oggi mi sono lasciato condurre dall’onda dei ricordi.

Dieci anni fa
Ricordo con emozione di aver ricevuto, dieci anni fa, la lettera del nostro amato Vescovo Giacomo Maria Corna Pellegrini che in data 9 marzo 1900 dichiarava : “Approviamo in via di prova il presente Regolamento e benediciamo la nascente Congregazione”. Ricordo sorridendo anche quelli che dicevano: “Non ne ha abbastanza di pensieri il Padre Direttore? Sta rovinandosi la salute per portare avanti l’Istituto e la Colonia agricola di Remedello, ed ora vuole anche mettere in piedi una nuova Congregazione? Si vuole proprio cacciare nei guai”.

Ma io sentivo che l’opera che il Signore mi aveva affidata esigeva uno spirito particolare per essere portata avanti. Non si trattava solo di unire delle persone per fare del bene ai giovani, ma di unire dei cuori e delle menti, per uno scopo condiviso. E questo andava preparato. Mi spaventava considerare le grandi personalità che avevano dato origine a nuove Congregazioni. A Brescia era ancora vivo il ricordo del Pavoni, il cui spirito era tenuto vivo da alcuni religiosi, che poi mi erano stati preziosi collaboratori e suggeritori agli inizi dell’Istituto.

Ma un’intima convinzione mi diceva che avrei potuto imparare da questi grandi, prendendo dal loro esempio e dal loro insegnamento quello che mi sembrava più utile, unendolo al mio desiderio di formare il più possibile una famiglia. secondo il programma di S. Agostino: “Uniti nelle cose necessarie, liberi nelle cose opinabili, sempre animati da carità”. Uniti nell’amore ai giovani, liberi di dare il proprio contributo di lavoro e di opinioni, sempre rispettandoci e stimandoci come membri della stessa famiglia. Ed ecco che il Signore mi ha inviato i primi collaboratori, sacerdoti che venivano per vocazione a “morire con me con i miei giovani” e poi i primi alunni degli Artigianelli, Alberti, Serioli, Galenti, cresciuti con me. E poi i primi alunni Fratelli, Aio e Butturini, sui quali si può contare molto.

Occorreva un Regolamento minimo: ho incaricato P.Ranchetti di stendere una bozza tenendo conto delle Regole già esistenti del passato, che potevano sostenerci nella nostra missione. Soprattutto tenesse presente il Vangelo perché se non tendiamo ad essere evangelici, cioè discepoli di Gesù, perdiamo il nostro tempo ad affermare noi stessi. Ho rivisto il suo lavoro e poi il Vescovo l’ha approvato in via sperimentale. La Chiesa è prudente, quando si tratta di queste cose. Perché fare bei progetti è facile, ma il realizzarli è difficile! Ed ora siamo una ventina; otto sacerdoti, tre chierici e otto fratelli. Il Signore ci ha benedetto.

Due anni dopo, nel 1902, abbiamo fatto la Professione religiosa, ci siamo cioè impegnati a vivere il vangelo e a servire i nostri ragazzi, cercando di crescere nello stesso spirito.. Nel 1908 il Vescovo ha approvato definitivamente la nostra Congregazione, segno che il Signore ci accompagna e continua a benedire i nostri intenti. Non avrei mai, mai e poi mai, pensato di dover dare inizio ad una Congregazione, data la mia modestissima statura umana e spirituale. Quando guardo solo alle grandi personalità del clero bresciano, mi sento un nano di fronte alla loro cultura e al loro prestigio. E penso proprio che aveva ragion il mio San Paolo, quando diceva :Infirma mundi…”Il Signore ha scelto le cose più deboli” per fare le sue opere. Perché, sia chiaro, “quest’opera non è mia, ma Sua”.

lunedì 15 ottobre 2012

107 - LA PAROLA E LE PAROLE

Dal “Diario” di Padre Piamarta

Brescia 2 marzo 1910

La parola inceppata
“Dopo quasi un’ora di ostinata lotta con la penna” riesco a scrivere alcune righe, “mentre mi si stava per poco recitando il “De profundis”.
L’11 gennaio ho subito un insulto apoplettico, che mi tolse la parola per un paio di giorni. Dovevo essere davvero conciato male se il Cittadino di Brescia si sentiva in obbligo di tranquillizzare i lettori, affermando che “il Direttore dell’Istituto Artigianelli è assai migliorato, restandogli ora un poco di inceppamento della parola” e se i miei collaboratori si sentivano in dovere di ringraziare le molte “benevole persone”che si sono interessate della mia salute. In attesa di “ricuperare la completa guarigione” e di “ottenere la grazia plenaria della perfetta libertà di parola, parlata e scritta”, non posso non ringraziare il Signore per gli anni di servizio della mia parola alla Sua Parola.

Non sono mai stato un predicatore di cartello, ma ho avuto la sensazione di essere ascoltato volentieri dal popolo e di essere di utilità per miei ragazzi e giovani. Questi, quando ritornano, mi ricordano non poche parole che sono rimaste impresse, parole che sovente avevo la sensazione di spargere al vento per l’apparente scarsa attenzione prestata. E’ una conferma che a noi tocca seminare, anche se i frutti non sono immediati, ma verranno col tempo.

I giovani ascoltano più di quanto non sembri: solo che non vogliono dare la soddisfazione di farlo vedere, quasi per affermare la loro autonomia. Noi educatori non siamo come i lavoratori dell’industria che operano per vedere subito i frutti. Siamo piuttosto come i contadini che seminano con fiducia sapendo che il frutto verrà a “suo tempo”. E’ una convinzione da radicare anche nei giovani, i quali pure devono lavorare sui tempi lunghi della preparazione al loro futuro: Lavorare e faticare oggi per avere frutti in un domani non immediatamente a portata di mano. Il volere tutto e subito, forzando i tempi, produce frustrazione, scoraggiamento e tentazioni di abbandonare l’impresa.

Le parole che sfuggono
Ora che faccio fatica a parlare mi vengono in mente le parole che mi sono sfuggite e non dovevo pronunciare, quando parlavo speditamente. Il mio carattere impulsivo è sempre stato un problema per me, perché non è mai stato facile dominarmi.
Fin da giovane avevo preso ad esempio San Francesco di Sales che era considerato il santo della mitezza, ma che aveva dovuto lottare per più di venti anni per dominare la sua indole irascibile. Beato lui che ha impiegato solo venti anni! Quante volte ho dovuto fuggire in chiesa per evitare una scenata e per calmarmi!
E quante volte ho chiesto scusa per aver trasceso o esagerato nel rimprovero. Mi sono ripromesso di seguire le sagge indicazioni dei Padri del deserto: “Sotto l’effetto della collera, non fare nulla. Taci, perché tacendo vinci più facilmente”. E ancora: ”Occorre, fin dove è possibile, impedire all’ira di penetrare fino al cuore; se essa c’è già, fare in modo che non si manifesti sul volto; e se si mostra, controllare la lingua per cercare di preservarla; se è già sulle labbra, impedirle di passare agli atti. E sempre vigilare a eliminarla il più presto possibile dal proprio cuore”.
Il focoso apostolo San Paolo aveva gli stessi miei problemi…forse la famosa spina piantata nella carne…o schiaffo di Satana…era proprio quel suo carattere impetuoso… ..
Spero di riprendere la parola per poter parlare con più filtri, ma…non certamente con meno franchezza, sincerità e coraggio!

106 - DA PEJO

Dal “Diario” di Padre Piamarta

Pejo 17 agosto 1909

Mi trovo a Pejo, località del trentino, per espresso ordine del medico, al quale bisogna obbedire, anche se malvolentieri, e per interessamento di alcuni benefattori che mi hanno spesato di tutto. E’ la prima volta in vita mia che faccio le vacanze tutte per me, e questo lusso è stato un regalo fattomi dal mio ventricolo rovinato. Vorrei riposare un poco, ma in chiesa, dopo la messa, sono molti quelli che desiderano confessarsi ed io non mi sento di sottrarmi. A volte sono impegnato per parecchie ore. La posta inoltre mi porta puntualmente nuovi quesiti a cui rispondere. E non sempre sono facili. E poi…dulcis in fundo, mi sono portato i bilanci dell’Istituto Artigianelli da esaminare con calma, per vedere che cosa si può combinare.

I bilanci
Ho qui davanti a me il bilancio del 1908. E devo leggere ancora una volta nelle conclusioni del nuovo e giovane ragioniere Clerici, quello che già leggevo nelle relazioni ponderate, stese per molti anni dall’esperto amministratore e fedelissimo consigliere, Fausto Fasser, che “la causa principale del disavanzo, è dato dalle officine”. “Anche quest’anno l’esercizio si chiude in perdita. La cifra dei mutui è cresciuta, e quest’aumento si è riversato nella grande perdita subita dalle varie officine”. “Fabbrica mobili”: utile leggero; Fabbri ferrai: nessun utile; “Legatoria”: al di sotto delle previsioni; “Sartoria”: molto lavoro e miglioramento nel bilancio, che almeno non è passivo. Buono invece il “Pastificio” mentre la Calzoleria è da sempre in passivo. L’azienda edile in questi ultimo anni è in perdita e il risanamento non è ancora trovato”. Eccetera

Risanare? Come?
Il primo problema è trovare Maestri di officina in grado di insegnare e, nello stesso tempo, di non perdere troppo. Educazione e produzione non sono facili da tenere assieme contemporaneamente. Ci sono dei Maestrì bravi a insegnare, ma meno portati per la produzione e altri che sono portati più all’efficienza che alla formazione dei ragazzi. Quest’anno poi dobbiamo fare pesanti ammortamenti per i nuovi edifici, inaugurati tre anni fa e per gli investimenti in nuovi macchinari, per essere all’altezza della produzione e dell’insegnamento. A volte questi bilanci sempre, o quasi sempre, in rosso, mi sfiancano, ma non posso sottrarmi al compito che mi è stato affidato, anche se devo interessarmi di cose di cui non sempre mi sento competente. Ho cominciato con i miei confratelli, inesperti quanto me, un’opera logorante anche dal punto di vista economico. Ma che sarebbe di questi ragazzi se non mi assumessi il peso del complesso di “triboli e spine”? Senza contare le esigenze diversissime da tener presenti: moralità dei collaboratori, nuovi diritti degli operai, nuovi settori da aprire, aggiornamenti dei macchinari, contabilità sempre meno approssimativa.
Spesso mi sembra di galleggiare in un mare in burrasca, senza mai affondare: oramai mi sono abituato a fare di tutto per tenere in mano il timone, con la certezza che Colui che ha iniziato quest’opera sa come condurla anche in porto. Vedo che sarà meglio nel prossimo anno, chiudere l’azienda edile e …ora l’ottimo è chiudere anche il libro dei bilanci, fare due passi, lasciando l’impossibile a l’Unico che lo sa fare.

sabato 13 ottobre 2012

102 - UNA SALUTE COMPROMESSA

Dal “Diario” di Padre Piamarta

Brescia, 29 maggio 1909
Da tempo la mia salute vacilla. “Affanno al petto per irregolarità di cuore, sciatica dolorosissima alla gamba destra, ribellione dello stomaco a qualsiasi sorta di cibo, insonnia di notte”: sono diventate la mia costante compagnia. Sono arrivato al sessantottesimo amo di vita e già sento vicina la morte.
“I medici mi hanno imposto un assoluto e rigoroso riposo tanto che durante l’ultimo inverno ho dovuto abbandonare le confessioni al Seminario e alle Suore di Maria Bambina”.
I bravi miei confratelli si stanno preoccupando fin troppo di me. Penso che siano stati loro a convincere il Vescovo di impormi di limitare ulteriormente la mia attività. Infatti egli mi scrive che è suo “vivo desiderio che concentriate la vostra attività nell’Istituto, lasciando le altre opere e specialmente il Confessionale”.
Al Vescovo ho risposto immediatamente:”Il desiderio di V. Eccellenza vale per me un vero comando e perciò non ho esitato un istante a mandare alla Rev. ma Superiora di S. Maria Bambina la mia irrevocabile rinuncia all’ufficio assunto. Solo mi permetto chiedere se devo ritirarmi anche dall’impegno di confessore dei chierici del vicino San Cristo e sarà prontamente obbedito”
Il ministero delle confessioni è faticoso, ma quanto bene si può fare! Mi dispiacerebbe lasciarlo del tutto. Ma devo proprio rassegnarmi, anche per un “segno” che mi è capitato in questi giorni.
Stavo ritornando dalle suore di Maria Bambina della Capitanio, quelle fuori città, accanto alla ferrovia Milano-Venezia, quando “venni rovesciato lungo e disteso a terra sotto il cavallo delle suore furiosamente imbizzarrito. L’unico mio pensiero nel cadere fu questo:Ora io sono morto o rovinato per tutta la vita. Con stupore altissimo delle guardie di finanza (eravamo giunti alla prima fermata daziaria) e di un altro gruppo di soldati a cavallo che si fermarono ritenendomi completamente rovinato, videro invece che io mi levai calmo, calmissimo, sine macula.
Essi non sapevano persuadersi che io ne fossi risultato incolume, non volevano credere ai loro occhi e dissero che “è un vero miracolo”, e tale lo ritengo io stesso, essendomi trovato disteso sotto la carrozza e al cavallo giovane, ungherese e furioso all’eccesso. Celebrai l’indomani la messa di ringraziamento alla Vergine. E’ un grosso debito che ho contratto con la Madonna delle Grazie”.

Dalla città

Dalla città vengono notizie di segno diverso: in campo politico “si respira alquanto dopo lo splendido successo dei nostri candidati al Parlamento e ce ne ripromettiamo ottimi risultati”.
I due primi deputati sono Giovanni Maria Longinotti, cresciuto all’ombre di Padre Bonsignori e Livio Tovini, figlio dell’indimenticabile Giuseppe Tovini. Ma c’è da preoccuparsi per le vocazioni: “Dalla città di Brescia, che fornì sempre alla diocesi un numero copioso di sacerdoti, ora in due anni non ha dato al Seminario che soli due chierici, e dire che conta circa settantamila abitanti: un sìntomo desolatissimo” della situazione di Brescia. Ho accolto con soddisfazione la nomina di Monsignor Giacinto Gaggia a Vescovo Coadiutore del nostro Vescovo Monsignor Corna Pellegrini. Di ritorno da Roma, dove è stato consacrato, è stato festeggiato alla stazione ferroviaria di Remedello dal suo compagno di scuola P.Bonsignori, accorso con tutti gli alunni a complimentare il nuovo Presule. Bisogna dire che “la nomina fu da tutti accolta con vera gioia”
 

149 - SANTITA': FARE LA VOLONTA' DI DIO

Da "i pensieri di Padre Piamarta"

L'essere santi dipende dalla cooperazione della nostra volontà a vivere conforme alla legge di Dio.


Dalle lettere di S. Paolo vediamo come i primi cristiani si chiamavano «santi». Ciò vuoI dire che ciascuno nel proprio stato di vita non solo può salvarsi ma può, con facilità, raggiungere quella gloria dei grandi santi nel cielo. Questa facilità nel santificarsi è dovuta al fatto che Dio vuole che ci santifichiamo facendo la sua volontà e la sua volontà è che noi acquistiamo la virtù non facendo grandi cose, ma nel fare bene le varie cose di ogni giorno e nel farle come Lui vuole.


La santità non dipende tanto dalle cose che facciamo ma dal «come » le facciamo. Sembra un' affermazione semplice ma è sufficiente per impegnarci nel bene per tutta la vita e a raggiungere la santità.


S. Antonio, tanto onorato da Dio e dagli uomini, come raggiunse la santità? Perché faceva molte prediche, molte comunioni e molte confessioni? No! E S. Paolo Eremita si santificò, leggendo molti libri buoni o facendo molte comunioni? No! Ne fece due sole in tutta la sua vita. E allora? Si santificarono per la loro fedeltà nel fare bene tutte le piccole cose di ogni giorno.
 
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  • 141 - DOVE ANDREMO A FINIRE?
  • 140 - SPEZZARE IL PANE CON CHI HA FAME
  • 139 - PIETAS ET LABOR (1)
  •   http://sangiovannipiamarta.blogspot.pt/2012/11/149.html

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